Siamo ciò che condividiamo

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Medium offre sempre ottimi spunti di riflessione. Oggi ho trovato quello di Callie Schweitzer, direttrice Marketing e Comunicazione di VoxMedia, uno dei principali editori online degli Stati Uniti (The Verge, Polygon). Il suo riguarda il fatto di non essere completamente onesti quando su Internet condividiamo noi stessi, ma spesso, a caccia sempre più di un'audience piuttosto che amici o persone con cui semplicemente scambiare dei punti di vista, ci troviamo a dare un'immagine di noi stessi più vicina al socialmente condivisibile che alla realtà delle cose.

The internet is supposed to be a place where everyone can be themselves and find like-minded people. But what we're seeing right now is a faux intimacy. We think we know people so much better because of the internet, and the information it puts at our fingertips, but we really know them less. We know only what they put out there about themselves. In 2013, you are what you share.

Studiando un po' le community online nel passato, un po' per diletto un po' per studio accademico, ho sempre ritrovato il comun denominatore di questa "falsa confidenza" quando non c'è un nickname a proteggerci. Questo perché esporsi con nome e cognome in un mondo che purtroppo viene ancora considerato "altro" rispetto a quello reale, spaventa. Ci si ritrova quindi al solito bivio dell'essere e dell'apparire, dove vediamo il primo esprimersi al meglio soprattutto nelle community vecchio stampo, come forum o Reddit, mentre il secondo soprattutto sui social network, senza volerne menzionare uno necessariamente.

Quelli che riescono a mantenere la loro integrità e a raccontare veramente se stessi sono in pochi, e forse le vicende politiche degli ultimi tempi ce lo stanno insegnando.

We refuse to put our real names on things that matter.

Ovvio, è una metafora, ma molto assimilabile a quando è il momento di assumersi delle responsabilità. E' un momento difficile di confronto con gli altri, ma soprattutto con noi stessi. Far sapere realmente chi siamo, cosa amiamo e cosa pensiamo fino in fondo farebbe crollare tante certezze e stereotipi, ma altrettanto generare caos e conflitti.

Mi piace chiamarla, piuttosto che falsa confidenza, "necessaria mediazione".